... e incursioni di Sbronzolo...
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martedì 19 marzo 2013

Haiku - 5

sfrega la mano
guardando corpi nudi
onanista io




puoi farti spazio
attendo un contatto
scopami forte



sento te in me
il tuo corpo nel mio
anime fuse

lunedì 18 marzo 2013

"Un filoncino, per piacere"


Sono proprio di cattivo umore stamattina. Mi ci vorrebbe un qualcosa per tirarmi su... Un dolcetto, un pasticcino, della cioccolata…
Col solito passo spedito e distratto entro come una folata di vento in panificio, come tutte le mattine.
"Un filoncino, per piacere" dico senza nemmeno guardare chi c’è dietro al banco, ho solo visto che non c’erano corpi prima di me, quindi è il mio turno, “e ancheeeee…… un krapfen alla cioccolata!” aggiungo con gli occhi fissi sulla vetrina dei dolciumi. Che poi dico sempre che questo sarà l’ultimo krapfen alla cioccolata, ma quando sono di quest’umore è l’unica cosa che mi tira su.
“Abitudine o necessità impellente?” la voce non è quella della solita commessa: è una voce maschile, calda e sonora. Tiro su lo sguardo e incontro due occhi marroni profondi e intensi con ciglia lunghe e nere, che mi fissano. Per una frazione di secondo mi dimentico completamente del mondo attorno e anche del cattivo umore. Mi perdo in questi occhi sorridenti che si sono incollati ai miei. Sento un brivido.
“Vedo che hai conosciuto Luca. E’ il nuovo commesso, sostituisce Marta che è andata in maternità.” Dice Claudia, la titolare del panificio. Ho un sospetto… Gli appoggia una mano sulla spalla e strizzandogli l’occhio mi dice “Sai, l’ho preso per incrementare le vendite della pasticceria, le donne non sanno resistere a uno sguardo come il suo… avrò il panificio pieno!”
Luca allarga un sorriso smagliante seppur imperfetto. Il viso non è giovane, è segnato, anche se non si capisce se dall’età o dalla vita. Ma ha un certo non so che… difficile da interpretare, un fascino, qualcosa… unico nella sua imperfezione, ma perfetto così com’è.

martedì 12 marzo 2013

Guardo le tue donne.


Guardo le tue donne.
Da sempre, da tanto.
All’inizio non capivo. Non capivo te, non capivo loro. Non capivo cosa ti davano, cosa ricevevano.
Così stavo lontana. E sbirciavo. Poi ti sentivo commentare. Ci incrociavamo ogni tanto, frequentavamo gli stessi posti. E ti ascoltavo. Di nascosto, nell’ombra. Ascoltavo e bevevo le tue parole. Ed ero ancora più confusa.
Non ti capivo. Non riuscivo a mettere insieme quell’immagine di te da solo con quelle tue parole, con l’immagine di te con le tue donne. Stridevano. Era come se tu fossi due persone.
Poi… poi un giorno hai rivolto la parola a me. Sono rimasta così stupita che al primo momento non sapevo cosa dire. Ma non volevo perdere l’occasione. Dovevo, volevo trovare il modo di colpirti, di farmi apprezzare, di guadagnare la tua attenzione.
Nemmeno ricordo cosa dissi. Però ho ottenuto quello che volevo.
Abbiamo iniziato a incontrarci con maggiore frequenza. Ci siamo fermati a parlare di noi, di quello che facciamo, di quello che ci piace, di come viviamo, di cosa vorremmo, di cosa ci delude, di cosa ci fa piacere, di cosa ci ha ferito e di cosa ci potrebbe guarire… Ci siamo aperti insomma. E ci siamo avvicinati. Tanto. Forse troppo.
Ma ormai era fatta.
Lì ho iniziato a capire le tue donne, a metterle in relazione con te, a capire cosa ti davano, e avevano senso. Loro e le tue parole. Avevano senso. Erano perfette.
Poi il fuoco ci ha circondato. Ci ha riempito. Ci ha fatto crescere. E’ divampato senza controllo.
Non potevamo più resistergli.
Siamo finiti uno nelle braccia dell’altro. Le nostre anime si sono fuse. I nostri corpi si sono fusi, incastrati. Un incastro perfetto. Incredibilmente perfetto.
Abbiamo vissuto dei momenti intensi, in cui ci siamo sentiti vivi, in cui siamo rinati.
… forse per la prima volta…
… forse per l’ultima volta…
… forse solo io…
Ma abbiamo dovuto smettere di vederci.
Mi sono risvegliata in una realtà diversa. In cui tu non potevi entrare. In cui io dovevo essere un’altra. Non più la donna che sono stata con te. Un’altra me, più triste, più normale, più terrena.
Il mio mondo è diventato piccolo e buio. Grigio e opaco.
Abbiamo continuato ad incontrarci nei posti che frequentiamo. Ma abbiamo cercato di stare lontani, perché ogni parola detta, ogni sospiro, ci faceva male. Un male indicibile, insormontabile.
Risolvibile solo con un cambio drastico che avrebbe fatto crollare completamente la vita di uno di noi. La mia.
Non potevo.
Ho iniziato a non capire più le tue donne. A non vedere più il nesso. Perché non hai mai smesso di circondarti delle tue donne, in realtà. E’ una parte bella di te, la tua coerenza. Ma io non ti capivo più.
Non vedo più. Continuo a guardarti quando ti incrocio, ma ora è come se guardassi qualcuno che non conosco. Eppure tu sei coerente con te stesso.
Evidentemente sono io che non sono più la stessa, che sono cambiata.
O forse lo stare con te mi aveva cambiata, mi aveva reso libera. Mentre ora… ora ti guardo da lontano, dalla mia gabbia… e stento anche a riconoscere la me che sono stata.
Perché sono stata bene, sono stata viva, sono stata libera.
Però per quanto dolorosa la risoluzione… non c’era alternativa.
Essere la me che sono stata con te è stato meraviglioso. Stare con te è stato meraviglioso.
Per questo continuo a guardare le tue donne,  per ricordarmi del tempo in cui anch’io ero una di loro.

giovedì 7 marzo 2013

Haiku - 4


brama intensa
turbolenti pensieri
voglia umida



vestiti lievi
primavera che sboccia
seni morbidi



fodero caldo
un morbido abbraccio
lascivo moto




lunedì 4 marzo 2013

Nuoce gravemente alla salute



Dovrebbero dirlo. Non può essere scritto solo sui pacchetti di sigarette. Dovrebbero dirlo che le relazioni nuocciono gravemente alla salute. Tutte le relazioni, amorose e d’amicizia.
Perché ogni volta che si incontra una persona che si ritiene abbia un valore, ogni volta che si sente affetto, che si prova un sentimento di attaccamento, ogni volta ci si strappa un pezzettino di cuore e lo si affida a questa persona. “Abbine cura, è un pezzettino di me.”
Ma per quanto l’altro possa apprezzare questo incredibile immenso dono, per quante promesse possa fare di averne cura, di tenerlo al caldo, conservarlo, coccolarlo, arriverà un momento in cui questo pezzettino di cuore verrà messo in una tasca, in una borsa, e lasciato lì. Sul fondo. Abbandonato.
Così un pezzetto della cosa più valorosa che hai viene dimenticato dalle persone a cui l’hai donato.
“Ma ho il cuore grande, ti dici, ce n’è per tutti.”
E continui ad amare e a donare. Ti fidi e confidi. Distilli una piccola essenza di te, di cose buone e di difetti, la sistemi, la prepari, la infiocchetti, e poi infilandola in quel pezzetto di cuore la doni. Con la speranza che la persona che la riceverà sia in grado di farla crescere e coltivarla e renderla forte.
E di nuovo il piccolo pezzetto di te verrà abbandonato.
“Ora basta, me ne resta poco. Non lo dono più…”
Però arriva qualcuno che dice “Scusa, hai un po’ di quella buona medicina? Mi hanno detto che tu ne hai tanto, che sai far star bene la gente… me lo dai un pezzetto del tuo cuore che ne avrei bisogno?”
“Mi dispiace, ne ho poco ormai… se lo do anche a te non ne resta abbastanza per me…”
“Eddai! Ne hai tanto! Su, io non ne ho per niente… me ne dai un pezzetto???”
Il problema è che anche se piccolo, quel cuore è tanto pieno di amore per tutti… e dire di no a una persona che ha bisogno è così difficile…
Allora prepari il tuo pacchettino, distilli di nuovo un po’ di essenza, e lo doni.
E aspetti.
Perché alla fine uno dei motivi per cui si dona è che ci si aspetta di ricevere qualcosa in cambio. Ma non succede. Non ricevi niente. Oppure quello che ricevi è solo un attimo per guardare il cuore dell’altro, uno  sguardo, come una finestra che si apre ma che si richiude subito.
Già, perché non sono in tanti ad essere in grado di donare un pezzetto di cuore. E chi lo fa di solito ha fiducia negli altri. Fiducia che non sempre è ben riposta.
Così resti lì. Con il tuo piccolo cuore. Quello che ne resta. Smozzicato. Mangiucchiato. Strapazzato. Ancora lucente e ancora pulsante, ma vagamente opaco e debole. Ferito ormai. E ti chiedi se lo sarà in modo irrecuperabile. Ma hai fiducia. Fiducia nella gente e anche in te stessa.
Così resti lì. Con il tuo cuore tra le mani. Lo rigiri e lo osservi. E piangi piano. Cercando di far sì che il tuo cuore cresca di nuovo. Ma è difficile, è pesante, è faticoso.
Accucciata, rannicchiata in te stessa ti chiedi perché. Ti chiedi come fare. Ti chiedi dove hai sbagliato. E prometti a te stessa e al tuo cuore di cambiare. Perché la verità è una sola: come puoi avere abbastanza cuore per amare gli altri se prima non hai abbastanza cuore per amare te stessa?

Lacrime



Rigano le guance
Scendono, segnano
Fiumi che sgorgano dagli occhi
Instancabili pulitori dell’anima
Reazione incontrollata
Sciolgono i nodi
Attorcigliano lo stomaco
Straziano l’anima